Nils Liedholm

"Il possesso di palla è fondamentale: se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol"


Nils Erik Liedholm (Valdemarsvik, 8 ottobre 1922 – Cuccaro Monferrato, 5 novembre 2007)
Wikipedia: italiano | Profili: Enciclopedia dello Sport - Storie di calcio - Maglia rossonera - These Football Times  
Gallery | Carriera internazionale

"Con quella maschera alla Buster Keaton e quell'italiano sussurrato che nemmeno dopo cinquant'anni e passa di residenza contemplava i verbi ausiliari e certe consonanti: loro abastansa bene; noi jocato melio. Un signore prima che un campione. Un educatore prima che un allenatore.  Due scudetti da allenatore, Milan e Roma. Il primo nel '79, con un gioco offensivo imperniato su di un unico attaccante, Chiodi, la cui caratteristica principale era quella di non segnare mai. Il secondo nell'83, con il povero Di Bartolomei finto libero supportato dalla velocità di Vierchowod. Fu allora che Boniperti provò a chiamarlo alla Juventus: per sentirsi rispondere, grazie presidente, ma sarebbe tropo fascile".
In mortem: Gigi Garanzini (Il Sole24Ore)

Marcelo Bielsa

"Un hombre que tiene ideas nuevas es un loco hasta que sus ideas triunfan"


Marcelo Alberto Bielsa Caldera (Rosario, 21 luglio 1955)
Wikipedia: italiano - spagnolo - inglese | Profili: Condò | Tattica | Devozioni
Articoli di Jonathan Wilson: 01-02-03-04

Se il calcio internazionale dell'ultimo decennio ha sviluppato un'idea di gioco votata all'attacco molto lo deve a Marcelo Bielsa e al suo magistero diretto (da Pochettino a Martino, a Sampaoli) e soprattutto indiretto: Pep Guardiola ha detto di lui che è "il migliore allenatore al mondo".


Come talora capita ai visionari, ha vinto poco: alcuni campionati in Argentina (al punto che il Newell's Old Boys gli ha intitolato lo stadio in vita), le Olimpiadi con l'Albiceleste del 2004, e poco altro. Il suo grande fallimento è stato il Mondiale 2002, dove le sue proverbiali camminate di 13 passi davanti alla panchina e l'utilizzazione insistita di Ariel Ortega, lo tramutarono per i telespettatori italiani in una caricatura gaucha di Jerry Calà. Anche per questo è poco noto e apprezzato nella nostra penisola calcistica.



Eppure le sue ultime squadre hanno mostrato un calcio bellissimo: il Cile delle qualificazione e del Mondiale 2010, e l'Athletic di Bilbao della memorabile stagione 2012, in cui stracciò in Europa League squadroni come lo United di sir Alex, lanciando una nidiata di giovani validissimi e arrendendosi in finale solo alla maestosità dell'Atletico Madrid di Falcao e Simeone.

Telê Santana

Mestre Telê


Telê Santana da Silva (Itabirito, 26 luglio 1931 – Belo Horizonte, 21 aprile 2006)
Wikipedia: it - pt | Imortais do futebol | UOLMarca | Sportvintage | Telegraph | Memoria São Paulo | Biografia (André Ribeiro)

Quel Brasile favoloso e sconfitto
di Maurizio Crosetti (La Repubblica, 22 aprile 2006)

Non conta vincere, conta il sogno. Questo diceva Telè Santana, e i brasiliani non chiedevano di meglio. Sognare. Lo spettacolo, l'arte della speranza e della gioia dentro un pallone. Dove, per essere immenso, il talento deve saper sperperare buttandosi via. Perché la grandezza del sogno può essere superata solo dalla sua sorella gemella, la grandezza della sconfitta. 
Infatti Telè Santana, morto ieri a Belo Horizonte all'età di 74 anni, della caduta fece il suo capolavoro perdendo due mondiali consecutivi alla guida del Brasile. Provateci voi, se siete capaci. Perdere con Zico, Falcao, Socrates e Junior tutti insieme. Perdere inciampando in Paolo Rossi. Perdere ai rigori contro Platini, che per colmo della beffa il suo tiro lo sbagliò, proprio come Zico (inaudito) e Socrates. Erano i mondiali dell'86, Brasile eliminato nei quarti contro la Francia. Nell'82 ci avevamo pensato noi. Eppure, nonostante questo o forse grazie a questo, Telè Santana è considerato il più grande allenatore brasiliano di tutti i tempi. Attaccare, divertire, farsi amare e poi vada come vada. Tutti avanti, non importa se si rischia. «Perché il Brasile segnerà sempre un gol più dell'avversario».
Grande Maestro, grazie Maestro. I tifosi lo veneravano. E quando portò la Selecao in Spagna, al mundial che sarebbe stato di Bearzot e Pertini, di Zoff e Pablito, nessun brasiliano sano di mente poteva immaginare di perdere la coppa d'oro. Tre a due per noi, contro una formazione da riempirsi gli occhi ma con un paio di vere debolezze: il portiere Valdir Peres e il grezzo centravanti Serginho.
Questo, più della vocazione al sogno, costò il mondiale a Santana. Richiamato dalla Federazione dopo che se n'era quasi fuggito negli Emirati per allenare l'Al-Ahli, Telè Santana si corresse e preparò per il Messico una squadra più solida a centrocampo e in difesa, capace di superare il primo turno a punteggio pieno e senza subire neanche un gol, in grado poi di travolgere la Polonia di Boniek negli ottavi (4-0) e dominare la Francia nei quarti, senza però batterla. Dopo i supplementari finiti 1-1, i fuoriclasse tradirono dal dischetto il povero Telè. 
Nato nel 1931 a Itabira, nello stato di Minas Gerais, fu per dodici anni un buon giocatore con la maglia della Fluminense, ma senza mai incantare, anche se il pubblico l'aveva battezzato "figlio della speranza": soprannome profetico, anche perché la vera speranza è quella che non si realizza mai. Giocava da mezza punta, un trascinatore capace di tornare indietro a difendere, e a quell'epoca in Brasile non lo faceva nessuno. Intelligente e tattico, diventò allenatore molto giovane e vinse subito il campionato con l'Atletico di Minas Gerais, inventando quel "futbol arte" che tanto lo avrebbe fatto amare dalla gente. E se in nazionale ha sofferto come nessuno, sulla panchina di club ha avuto i successi che meritava: campionato brasiliano col Sao Paulo nel '91, la Coppa Libertadores e due Coppe Intercontinentali contro il Barcellona di Cruyff ('92) e il Milan di Capello ('93). 
Vera gloria, troncata da un' ischemia cerebrale nel '96 e da un errore medico che portò alla parziale amputazione della gamba sinistra. «Adesso sono un leone docile», disse al risveglio dall'anestesia. Dopo avere guidato anche Fluminense, Flamengo, Palmeiras e Gremio, abbandonò la panchina per sempre. La fine della storia è molto triste, un mese di agonia dopo un'infezione intestinale, la tracheotomia inutile, i bollettini medici in attacco o in difesa, tutto bene o tutto male: anche i dottori, a un certo punto, sembravano adottare i suoi schemi. E se la "tragedia del Sarrià" non lo aveva vinto, la lunga serie di malattie lo aveva trasformato in un uomo depresso, quasi sempre chiuso in casa, protetto dalla famiglia che cercava di evitargli in ogni modo le emozioni forti. Facendo finta di non sapere che quelle erano già dentro di lui, per sempre, in forma di ricordi e sogni.