Matt Busby

"Matt Busby's presence will always be at Manchester United. He is Manchester United"
(Bobby Charlton)


Alexander Matthew "Matt" Busby (Bellshill, 26 maggio 1909 - Cheadle, 20 gennaio 1994)
Wikipedia (inglese) | Profili: Spartacus Educational - MUTD - The Busby Way - Daily Mail - The Indipendent
Il ritiro: The Guardian

"A Matt Busby è toccata l'impresa più struggente ed esaltante, quella di costruire una grande squadra, vedersela distruggere sulla pista dell'aeroporto di Monaco nel '58 e rifarne un'altra ancora più grande, che nel '68 avrebbe vinto la finale della Coppa dei Campioni. Erano il suo secondo e terzo United: il primo l'aveva costruito negli anni '40. Aveva cuore, fermezza, magia. E' stato un uomo antico, la foto della sua firma come manager del Manchester, il 19 febbraio '45, lo vede in uniforme, la guerra doveva ancora finire. E si giocava con la tribuna danneggiata dai bombardamenti, in quello stadio che ora vogliono ribattezzare con il suo nome.

E' stato un manager inventivo, senza regole, senza schematismi. Premiò con 3 sterline il passaggio del turno in Coppa dei Campioni contro l'Atletico Bilbao, nel '57, con un 3-0 che celebrò al top il suo amato football d'attacco. Ma non esitò a pagare al Torino 115.000 sterline per Denis Law, un transfer record allora per il calcio inglese, un'altra pedina del 'terzo United', quello di Bobby Charlton. 

Ma era più dello United, più della stessa Manchester, così lo hanno pianto. Fu il primo manager a iniziare una politica sistematica verso i giovani, formando quei 'Busby Babes' cui toccò un destino insolito, la fortuna e la sventura di giocare e morire per lui. Furono in otto, con un'età media di 21 anni, a rimanere sull'asfalto di Monaco. Fu leader e psicologo. Il suo capolavoro? Quando andò a riprendere a Belfast il 17enne George Best, ammalato di nostalgia, e riuscì a riportarlo in squadra. Busby considerò sempre Best il suo colpo più riuscito e al ragazzino irlandese riuscì di fare breccia nelle emozioni di un vecchio. Fu un connubio straordinario, per quanto Busby rappresentava la qualità del calcio e dei rapporti umani e Best invece le genialità e le sregolatezze, che lo portavano dalle pagine sportive alle prime pagine dei giornali. Ma Busby non era bigotto e sapeva che, del proprio sogno, Best era parte essenziale da amare".

[Corrado Sannucci, "La Repubblica", 22 gennaio 1994]

Walter Winterbottom



Walter Winterbottom (Oldham, 31 gennaio 1913 - Guildford, 16 febbraio 2002)
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Forse solo Monsù Poss ha saputo scaldare la sedia - anzi, la panca - per un tempo più lungo. Ma Pozzo mise in bacheca due titoli mondiali e non solo; Walter Winterbottom appena una dozzina di trionfi nella domestica British Championship. Naturalmente, essendo piuttosto 'british', gli inglesi non si scompongono quasi mai. Solo quando, nel 1953, l'Aranycsapat mise a ferro e fuoco il verde e fino allora inviolato prato di Wembley, qualcuno disse che quella sconfitta simboleggiava la fine dell'Impero; certo la critica fu severa, ma il generale rimase - immoto e immarcescibile - al suo posto di comando. Altre sconfitte erano passate in archivio e altre erano imminenti, in tutte e quattro le edizioni della Coppa Rimet cui l'England national football team partecipò fra il 1950 e il 1962. Geografia eupallica e riflessioni sulla scienza pedatoria si aggiornavano in continuazione. Ma lui, antico fra i moderni, manteneva salde le convinzioni e ferme le tattiche di gioco: Walter Winterbottom, conservatore.

Post scriptum: la foto (arcinota) è del 1962, scattata durante la preparazione dei mondiali in Cile. Ma ci piace immaginare che Walter Winterbottom portasse sempre con sé i sette palloni che l'Aranycsapat depositò nella rete inglese il 23 maggio 1954, al Népstadion di Budapest.

Nils Liedholm

"Il possesso di palla è fondamentale: se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol"


Nils Erik Liedholm (Valdemarsvik, 8 ottobre 1922 – Cuccaro Monferrato, 5 novembre 2007)
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"Con quella maschera alla Buster Keaton e quell'italiano sussurrato che nemmeno dopo cinquant'anni e passa di residenza contemplava i verbi ausiliari e certe consonanti: loro abastansa bene; noi jocato melio. Un signore prima che un campione. Un educatore prima che un allenatore.  Due scudetti da allenatore, Milan e Roma. Il primo nel '79, con un gioco offensivo imperniato su di un unico attaccante, Chiodi, la cui caratteristica principale era quella di non segnare mai. Il secondo nell'83, con il povero Di Bartolomei finto libero supportato dalla velocità di Vierchowod. Fu allora che Boniperti provò a chiamarlo alla Juventus: per sentirsi rispondere, grazie presidente, ma sarebbe tropo fascile".
In mortem: Gigi Garanzini (Il Sole24Ore)